domenica 20 luglio 2014

Manifesto Letterario



In pic: Magritte nel suo studio_1936
Un’epoca in cui tutto deve essere tradotto, commentato, interpretato (in un unico canonico modo, è follia!), condiviso: benvenuti nel 21° secolo. Nei libri, le noiose e pedanti introduzioni di affermati critici ci promettono “brevi riflessioni” per "inquadrare" l'opera e finiscono con contaminarne il senso, rovinandoci il gusto della sorpresa, il fascino dello sconosciuto; ancor peggio: leggendo anche distrattamente quelle pagine di appendice noi veniamo incanalati verso una lettura prestabilita dell’opera. È come se ci trovassimo in cucina davanti a un rotolo stirato di pasta frolla e da quel prodotto non potessimo far altro che ricavarci biscotti a forma di cuore o di stella, perché tra le mani abbiamo solo gli stampini di queste forme. Arano il nostro terreno mentale predisponendolo alla semina… sì, raccogliamo solo quello che vogliono loro...
C’è che, quando veniamo asserviti a questa logica, è quasi impossibile scalzarla e ri-approcciarci al testo come fossimo tabule rase. Apriamo un libro e ci troviamo le bandelle, il risguardo, poi la prima di copertina, la quarta, un colophon, non più delle belle pagine ruvide su cui sfregare i polpastrelli delle dita – felici quanto Amelie che infila la mano nel sacco di grano! − , apriamo un libro di Pavese e scopriamo informazioni molto intime, sulla sua vita privata; non solo quando ma soprattutto come è morto, suicidato per amore così si dice, con quante donne ha avuto delle avventure sessuali, quante pasticche di psicofarmaci assumeva ogni giorno.  Con i poeti va anche peggio: leggiamo i loro versi e, anziché lasciarsi trasportare dalla musica delle parole, la ridondante eco degli schemi metrici risuona come un martello nelle nostre teste: “come scorrea la calda sabbia lieve” A “Per entro il cavo della mano in ozio” B “Il cor sentì che il giorno era più breve” A.
Qui la parola d’ordine è SUGGERIRE. Lasciarsi suggerire dalle parole e lasciare che le parole ci suggeriscano emozioni. Proust affermava che “ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso”. Per lo stesso evidente motivo per il quale questa frase non ha bisogno di commenti, questo blog non proporrà recensioni o chiose. Soltanto parole che non sono nate per essere giudicate o sezionate come animali al macello ma, semplicemente, interpretate. L’arte è tale perché offre numerose vie di interpretazione. Davanti a un Mondrian io ci vedo ancora la tovaglia che rammendava mia nonna i pomeriggi in cui rincasavo dall’asilo, ma per chi il De Stijl è uno dei movimenti cardine su cui si impernia l’arte contemporanea non me ne voglia: Mondrian è quello che è anche perché ha aperto porte, lasciato al suo pubblico la possibilità di decodificare le sue opere a piacimento.
In questo blog, poi, l’altra parola chiave è METATESTUALITA’, perché io credo che questa sia la più efficace modalità di conoscenza da mettere in atto. Il che equivale a dire che alla conoscenza degli artisti – di tutti i “generi”: pittori, scultori, scrittori (…) – arriviamo tramite gli artisti stessi.
Io ho conosciuto Hemingway non durante quella calda estate della 3^ liceo in cui ci propinarono i suoi “Quaranta racconti”, ma quando sono entrata nel museo Picasso di Barcellona con la giusta dose di curiosità in tasca, la sana voglia di lasciarmi incuriosire dai suoi quadri e dunque dalla vita che si celava dietro di essi; vita che si è intrecciata con quella di tanti altri “nomi” tra cui lo stesso Hemingway, Modigliani, Scott Fitgerald, Cezanne, Ezra Pound, Gertrude Stein… e io ora li penso insieme a ballare can can nella Belle Epoque.
Siamo fanciullini davanti al testo. Io voglio che tutto sia myse en abime, che ci lasciamo prendere per mano da questi grandi, intromontabili artisti e da quelli nuovi che sono appena emersi dalla sabbia o che la stanno ancora ingoiando per arrivare alla deriva di una qualche visibilità meritata ma martoriata dagli sforzi immani per raggiungerla.
Proviamo a vederli come tante piccole matrioske e poi facilmente potrà crollare la distinzione tra poeta, scrittore, artista, creatore, musicista e anche uomo “comune”. Siamo tutti accomunati da qualcosa di piacevolmente indefinibile; la chiamano arte ma forse è semplicemente Vita. O forse, sono parole diverse per dire la stessa cosa.



©SeTA.
 


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